Riflettendoci bene, il riuso è la vera essenza dell’ecologia, il pilastro sul quale dovrebbe poggiare la cosiddetta circular economy. Secondo una ricerca di Doxa realizzata per Subito.it , l’economia del riuso che “prolunga la vita agli oggetti” è in crescita e ha prodotto una ricchezza di 19 miliardi nel 2016, un miliardo in più rispetto al 2015, che corrisponde a quasi 1 punto di Pil. E il rispetto dell’ambiente passa proprio dall’utilizzo di oggetti e materiali fino a quando non si può proprio fare a meno di chiamarli rifiuti. Il consumismo sfrenato dei nostri tempi ci porta a comprare, usare e gettare. Lo sanno bene all’Università Parthenope che ha dato vita, in collaborazione con Legambiente Campania, la fondazione Mario Diana Onlus, l’associazione Bidonville, l’azienda A&C Ecotech e il patrocinio del Comune di Napoli, al progetto RE-BIT. Si tratta di un sistema di recupero di computer non più adatti alla ricerca ma che possono ancora essere utilizzati. Dove? Nelle scuole primarie e secondarie di Napoli e nelle biblioteche. Prima della donazione, le macchine vengono rigenerate, certificate da tecnici specializzati e vengono installati software open source.

Noi di VMEngine, da sempre interessati alle tematiche green e attenti alle buone pratiche di riciclo, abbiamo fatto una chiacchierata con uno dei promotori del progetto RE-BIT, il professor Sergio Ulgiati del dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’università Parthenope di Napoli.

Professor Ulgiati da cosa nasce l’idea di dar vita al progetto RE-BIT? 

L’idea è nata ne 2015 dall’eccellente lavoro di tesi magistrale svolto da Marco Carrano e Dimitri Musella, due studenti di Scienze Ambientali dell’Università Parthenope e da Antonio Puca, un altro nostro studente che si è laureato all’Università Normale di Pechino nell’ambito di un accordo di collaborazione tra i due Atenei. Questi studenti hanno studiato i possibili benefici ambientali ed energetici ottenibili dal riuso o riciclo del materiale informatico come computer o cellulari, fornendo una solida base scientifica all’idea generica che riciclare sia sempre una buona cosa. Da qui è nata l’iniziativa RE-BIT per il recupero di computer ancora utilizzabili, ma non più idonei agli usi sofisticati della ricerca o della produzione industriale, e donarli a soggetti che ancora ne possono trarre vantaggio come scuole, biblioteche di quartiere o singoli utenti. Questa è un’operazione indispensabile per prevenire pesanti forme di inquinamento dovute alla penetrazione di metalli e percolato di prodotti chimici nel terreno e nella falda idrica.

Quali sono i soggetti coinvolti?

Il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell’Università Parthenope ha firmato un accordo di collaborazione con Legambiente, A&C Ecotech. Quest’ultima è una ditta che opera nel campo del recupero del materiale elettronico inutilizzabile, ai sensi della direttiva europea che prescrive il completo riciclo di questi materiali, i cosiddetti RAEE che sta per rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, fatta propria dal governo italiano. L’accordo prevede che A&C Ecotech metta a disposizione del dipartimento e di Legambiente i computer ancora utilizzabili, cui viene fornito un software adeguato prima di donarli a potenziali utenti. I computer vengono anche supervisionati e certificati a livello tecnico, per garantire la loro assoluta sicurezza per i futuri utenti.

Chi è il soggetto promotore?

L’Università Parthenope di Napoli ha promosso e coordinato l’iniziativa, attivando le competenze ambientali e informatiche presenti al proprio interno. Alcuni studenti collaborano al recupero dei computer, dotandoli del software necessario. In alcuni casi, i componenti interni del computer sono stati trasformati in oggetti artistici, bigiotteria, oggetti di arredamento. Oltre a Legambiente, A&C Ecotech e altre associazioni campane, siamo stati aiutati dal comune di Napoli che ha dato il proprio patrocinio all’iniziativa.

Che ruolo ha l’Università nella promozione delle buone pratiche di economia circolare?

A parte il progetto RE-BIT, abbiamo creato un Laboratorio di Benessere Urbano, originato dalle attività del progetto europeo “SMACC – Smart City Coaching“. Il Laboratorio è orientato al miglioramento della qualità della vita nella città. Recuperare le risorse, migliorarne le modalità di utilizzo, ridurre la generazione di rifiuti, che sono tutti concetti chiave nell’economia circolare, è alla base di una vita migliore, di un ambiente migliore, di una maggiore collaborazione tra cittadini e Istituzioni.

Quanti studenti hanno potuto beneficiare delle vostre apparecchiature?

Fino a oggi, il progetto RE-BIT ha fornito circa 40 computer a tre istituti per l’infanzia, dove vengono utilizzati per la didattica. All’inizio forniamo anche l’assistenza per la realizzazione dell’aula di informatica, poi c’è sempre in queste scuole un gruppo di docenti interessati, che porta avanti il laboratorio. Oltre alle scuole, pensiamo all’utilizzo di questi computer anche nelle biblioteche di quartiere sempre alle prese con problemi di budget, oppure ad associazioni di cittadini, che per loro natura fanno fatica a dotarsi di apparecchiature relativamente costose. Pensiamo anche a singoli individui, soprattutto in eta’ avanzata, che potrebbero beneficiare dall’accesso a Internet per la lettura dei giornali, per il reperimento di informazioni, per l’uscita dall’isolamento. Il cosiddetto “digital divide“, ossia la divisione tra persone assolutamente non informatizzate (soprattutto degli ultrasessantenni) e persone con facilità di accesso alla rete, è molto presente in Italia e nella nostra regione e potrebbe essere ridotto dalla disponibilità gratuita di un computer, anche se non di ultima generazione.

C’è in cantiere qualche altro progetto del genere che riguarda altri istituti

Al momento, stiamo lavorando al recupero di circa 30 computer che potrebbero servire a creare un laboratorio di informatica in due nuovi istituti. L’obiettivo è di creare una rete tra le università e i centri di ricerca della Campania, da estendere poi a uffici e imprese, affinché si collabori per dare una “seconda vita” alle apparecchiature ancora utilizzabili.

Ci sono altri istituti o associazioni che fanno cose simili alle vostre?

A dire il vero non siamo gli unici e nemmeno i primi. Anche all’università di Salerno è in corso un progetto di ricerca sul valore e le potenzialità del recupero dei materiali elettronici che si chiama ReCreew ed è finanziato dall’Unione Europea. Poi, però, esistono numerose associazioni private che fanno del recupero anche un momento di socializzazione organizzando corsi di riparazione o seminari pratici come ad esempio la cooperativa REWARE di Roma e il famoso The Restart Project, un’impresa sociale con sede a Londra, alla cui fondazione hanno contribuito anche alcuni studenti italiani.

 

 

Per concludere, prenderemo in prestito le parole del professor Ulgiati, che illustrandoci questa meravigliosa iniziativa, ci ha insegnato che vale veramente la pena dare “una seconda possibilità” alle cose. “C’è una diffusa consapevolezza della necessità – ci dice il professore – di superare l’usa e getta, oltrepassare l’obsolescenza pianificata nell’elettronica e riequilibrare il nostro rapporto con la crescente componente elettronica nella nostra vita, contribuendo a garantire una seconda possibilità ai dispositivi che usiamo, imparando a usarli bene e ripararli anziché sostituirli troppo presto. L’ambiente certamente ne beneficia e per molti aspetti ne beneficiamo anche noi”.

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