Un pianeta migliore è un sogno che inizia a realizzarsi” diceva il Mahatma Gandhi. E se ci fosse qualcuno che lavora per migliorare anche l’Universo? Esiste un’azienda, un’ex start up del nord Italia, che ha messo a punto una tecnologia per contribuire a ridurre la quantità di detriti spaziali che stanno inquinando le preziose orbite intorno al nostro pianeta.

La storia.

Si chiama D-Orbit e ha fatto dell’ecosostenibilità spaziale un mantra. La sua mission è quella di estendere
quei principi di sostenibilità, già diffusi sulla terra, anche allo spazio e ridurre i cosiddetti “Space Debris” o, più comunemente, spazzatura spaziale. Luca Rossettini, il fondatore e Ceo di quest’azienda, voleva fare l’astronauta ma quando vide il suo iniziale progetto sfumare non si è arreso, anzi. Ha deciso che in orbita ci sarebbe arrivato ma per riuscire a trovare una soluzione al sovraffollamento di detriti spaziali. Come? Con un progetto estremamente innovativo, lodato persino dalla Nasa. Rossettini, nel 2011 a Milano, fondò una start up in grado di lavorare sui detriti spaziali, rimuovendoli in modo sicuro. L’obiettivo sarebbe quello di evitare che i satelliti non più attivi vaghino nello spazio senza meta. “Ciò che proponiamo – aveva dichiarato alla Stampa qualche mese fa Rossettini –  è una strategia a lungo termine di utilizzo intelligente dell’ambiente spaziale: l’idea è fare in modo che tutto quello che viene lanciato in orbita possa poi essere rimosso senza problemi quando non serve più. Un principio elementare, che però con le esigenze di business si era perso“.

Ma come lavora D-Orbit? Attraverso una procedura mai vista e sentita prima d’ora. Tecnicamente sarebbe un’operazione di decommissioning di un satellite. Vediamo di cosa si tratta. E’ una manovra estremamente sicura e affidabile che permette la rimozione attiva del satellite defunto evitando che diventi un ulteriore detrito spaziale. La manovra viene eseguita in maniera controllata, eliminando il rischio di impatto contro satelliti attivi o caduta su zone abitate della terra. La tecnologia per il decommissioning rispetta pienamente le recenti normative internazionali in materia di mitigazione degli “space debris“.

 

I rifiuti spaziali.

Eh sì, chi l’avrebbe mai detto? Anche nello spazio esistono i rifiuti e non sono nemmeno pochi. Secondo la European Space Agency si tratta di 5 mila  detriti spaziali più grandi di un metro, 20 mila più grandi di 10 centimetri, 750 mila più larghi di un centimetro e 150 milioni più spessi di 1 millimetro. Ma di cosa si tratta? Sono moduli di vecchie stazioni spaziali, parti di razzi usati, satelliti fuori uso, utensili di astronauti sfuggiti di mano. Il 95% degli oggetti attualmente in orbita terrestre è costituito da detriti cosmici e la cosa sorprendente è che si muovono a 10 volte la velocità di un proiettile e possono impiegare secoli a precipitare in atmosfera. E non sono le dimensioni a far paura, ma l’energia generata dall’alta velocità (tra i 20 e i 30.000 km/ora) a cui viaggiano.

I rischi. 

La faccenda dei detriti spaziali non è un affare da poco e va presa in seria considerazione anche se l’universo è così distante dalla terra ferma. I ricercatori di D-Orbit, infatti, hanno valutato che ben oltre 35 milioni di oggetti ruotano in maniera incontrollata nelle orbite attorno alla nostra terra, con una massa totale che supera le seimila tonnellate. L’aumento della concentrazione di Space Debris presenta un andamento esponenziale e questo aggrava ulteriormente la situazione prospettando anni difficili per lo sviluppo delle attività spaziali. Potrebbe, infatti, verificarsi una saturazione delle orbite se il numero degli oggetti spaziali lanciati sarà superiore rispetto al numero di quelli rimossi.

Ma non è finita qui. Lo scenario che si prospetta davanti agli occhi di scienziati e ricercatori è catastrofico ed è molto vicino a quello ipotizzato dal consulente della Nasa Donald J. Kessler (la cosiddetta sindrome di Kessler) nel 1991 secondo il quale il volume di detriti spaziali che si trovano in orbita bassa intorno alla terra diventerebbe così elevato che gli oggetti in orbita entrerebbero spesso in collisione, creando così una reazione a catena con incremento esponenziale del volume dei detriti stessi e quindi del rischio di ulteriori impatti. La conseguenza diretta del realizzarsi di tale scenario consiste nel fatto che il crescente numero di rifiuti in orbita renderebbe impossibile per molte generazioni l’esplorazione spaziale e anche l’uso dei satelliti artificiali. 

I riconoscimenti.

D-Orbit è quindi la prima start up aerospaziale a sviluppare una tecnologia per contribuire a ridurre la quantità di detriti spaziali che stanno inquinando le preziose orbite intorno al nostro pianeta: un motore intelligente e totalmente indipendente. E’ per questo che ha ricevuto non pochi riconoscimenti per l’innovazione teconologica. L’ultimo l’ha ottenuto da Horizon 2020 – SME Instrument, programma di finanziamento alla ricerca scientifica e all’innovazione della Commissione europeacon due milioni di euro. Con i 5 milioni di euro già raccolti dagli investitori, le riserve finanziare dell’azienda sono salite a quota sette milioni.

Tra gli ultimi in ordine temporale c’è anche lo Space Exploration Masters, lanciato dall’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea per applicazioni, prodotti e servizi innovativi nel campo dell’esplorazione spaziale e suddiviso in due categorie: Technology Transfer Success e New Business Innovation Category. E non è tutto. D-Orbit ha vinto con il progetto FENIX, il premio nell’ambito della categoria The Best Business Innovation Idea related to Space Exploration. In particolare FENIX ha vinto il premio ESA Prize jointly with Space Applications Services” che ha riconosciuto l’innovazione di D-Orbit in campo propulsivo.

Anche i membri del team targato D-Orbit fanno faville. Per esempio, quest’anno è arrivata su Forbes la classifica 30 Under 30 Europe, cioè la classifica dei 30 giovani europei sotto i 30 anni che si sono distinti nei propri ambiti professionali. Tra questi, quest’anno c’è anche il giovanissimo CTO Lorenzo Ferrario. 

Quella di D-Orbit e del suo team somiglia molto a una “fuga di cervelli“. Sì, ma nello spazio.

 

 

Diario del capitano, data stellare 50893.5. Il momento che tanto ho temuto in questi ultimi sei anni è infine arrivato. I Borg, i nostri più letali nemici, hanno intrapreso un’invasione della Federazione, e stavolta, forse non riusciremo a fermarli.

O forse sì.

(tratto dal film Star Trek)

 

 

 

 

 

 

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