La ricerca sulle bioplastiche, un materiale degradabile sostitutivo alla plastica comune, fa passi da gigante. Notizie di invenzioni tanto strampalate quanto geniali rimbalzano qua e là da ogni parte del globo. Questa volta parleremo dell’ultimissima scoperta dei ricercatori del Georgia Institute of Technology, negli Stati Uniti. Gli scienziati statunitensi hanno ideato un prodotto ricavato dalla corazza dei granchi e dalle fibre degli alberi. Il risultato? Un materiale sottile e flessibile, analogo alla pellicola alimentare utilizzata per la conservazione dei cibi. Secondo la rivista ACS Sustainable Chemistry & Engineering, questa nuova pellicola è particolarmente adatta alla conservazione degli alimenti, perché la sua struttura fatta di microfibre funziona da barriera contro l’ossigeno. E si sa che per conservare i cibi bisogna evitare che questi entrino in contatto con l’ossigeno dell’aria, perché il gas attiva processi di alterazione degli alimenti. Il prossimo passo, però, dovrà rendere la pellicola di bio-plastica economicamente competitiva con quelle pellicole tradizionali, sviluppando un processo produttivo su larga scala.

Da anni, infatti, si cercano alternative naturali alla plastica, materiale non biodegradabile che “inquina i mari d’Europa e del mondo“. I principali candidati sono materiali fatti con la cellulosa delle piante e la chitina, che è presente nel guscio dei molluschi, negli insetti e nei funghi. Secondo la rivista specializzata Industria Italiana, il settore della bioeconomia vale oltre 2 trilioni di euro e conta circa 18 milioni di lavoratori. Un mare magnum all’interno del quale spicca il settore delle bioplastiche e il business dei sacchetti compostabili che ne costituisce i due terzi. “Secondo gli esperti del Nova Institute – si legge -, un centro di ricerca tedesco indipendente, il mercato dei prodotti di plastica compostabile e biodegradabile è cresciuto fino a 100mila tonnellate nel 2015, e potrebbe crescere fino a oltre 300mila tonnellate nel 2020, se il quadro normativo dovesse essere impostato più favorevolmente“.

Detto ciò, l’Italia vanta un primato in questo settore. Quando nel 2015 l’Europa ha emanato una legge per ridurre il numero di sacchetti monouso l’Italia è stato uno dei primi Paesi europei a recepire la norma nel proprio ordinamento, diventando leader nel mondo dei sacchetti compostabili. Secondo i dati della società di ricerca Plastic Consult, la filiera italiana vale 400 milioni di euro. Purtroppo, però, quasi il 60% delle buste in circolazione non è ancora conforme alla legge ma non c’è da preoccuparsi, siamo sulla buona strada. “Negli ultimi anni le aziende hanno lavorato per dare agli imballaggi di carta le stesse performance della plastica – spiega Eliana Farotto, responsabile ricerca del Comieco, il consorzio delle aziende italiane che riciclano questo materiale -. La soluzione è l’accoppiamento della carta con le bioplastiche. Così il packaging può essere smaltito col cartone o, se sporco, con i rifiuti organici“.
Il problema degli imballaggi inquinanti, infatti, è diventato ancora più grave con la diffusione delle consegne di pasti a domicilio (servizi di aziende come Foodora, Deliveroo). I bidoni della plastica delle famiglie italiane, già pieni di packaging dei supermarket, si sono saturati con una marea di piatti, vassoi, bottigliette e contenitori portati dai “rider”.

E noi di VMEngine, da sempre sensibili alle tematiche ambientali, stiamo imparato a rinunciare alla plastica usa e getta con gesti quotidiani semplici perché anche dal nostro piccolo quartier generale che ogni giorno guarda il mare con rispetto e amore. Grazie alla lungimiranza di Fabio Cecaro, uno dei massimi esperti italiani di Cloud Computing, presto faremo in modo di liberarci di tutte quelle plastiche che inquinano il nostro pianeta. Dopotutto, come direbbe il nostro Fabio, “sono i piccoli gesti che fanno grande il mondo“.

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