I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi. Gli uomini sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti. L’insieme dei due costituisce una forza incalcolabile.

Albert Einstein

Le ormai celebri parole di Einstein sui computer potrebbero quasi suonare anacronistiche in un mondo governato dalla pervasività dei social network, dalla velocità delle comunicazioni e dal galoppante progresso tecnologico. Eppure non sono pochi i casi in cui l’inaccuratezza umana e la stupidità dei computer si intersecano creando veri e propri “disastri”.

Così com’è successo qualche settimana fa alla Suprema Corte di Cassazione  dove a causa di un black out è stato impossibile ritirare e depositare sentenze. Non solo: durante le udienze tutto è stato verbalizzato a mano.

I problemi sarebbero nati, secondo la ricostruzione più accreditata, dalla sostituzione di tre hard disk, con il sistema di emergenza che non sarebbe entrato in funzione come invece avrebbe dovuto.

Per fortuna (o forse no) in Cassazione tutto viene depositato ancora in formato cartaceo, una sorta di backup old school, direttamente negli uffici nel settore civile con originale del ricorso corredato di sette copie, e nel penale i ricorsi arrivano per posta inoltrati dalle Corti d’appello. Dunque, erano circa 800 gli operatori della giustizia tra avvocati, assistenti di studio e parti in causa, che non hanno potuto ritirare gli atti di cui avevano bisogno.

Ma la Suprema Corte non è l’unica a rimanere ingarbugliata tra i meandri dell’informatica. Che dire allora di quando nel 2017 a rimanere bloccati sono stati i medici friulani con il sistema informatico sanitario in tilt a causa del blocco di un server.

Il black out ha riguardato tutti i settori, dalle strutture ospedaliere a quelle sanitarie ma anche i medici di medicina generale. Uno stop non da poco dato che è stata impossibile la refertazione on line e le ricette elettroniche provocando anche un allungamento dei tempi negli ambulatori e pronto soccorsi regionali. Insomma, disagi inaccettabili nel 2018.

Purtroppo, potremmo continuare per ore citando casi simili ma sappiamo bene che il tempo del lettore è prezioso e quando si pone un problema è necessario dare soluzioni. Come, ad esempio quello di affidarsi al Cloud Computing cioè un sistema in grado di erogare potenza di elaborazione, storage di database, applicazioni e altre risorse IT on demand tramite una piattaforma di servizi cloud via Internet con tariffe a consumo.

Con il Cloud Computing, non è necessario effettuare grandi investimenti in infrastruttura hardware o dedicare molto tempo a impegnative attività di gestione dell’hardware. Al contrario, è possibile effettuare il provisioning delle risorse di elaborazione in base a esigenze specifiche, ad esempio per sviluppare un’idea nuova e vincente o far funzionare il reparto IT. In questo modo è possibile accedere alla quantità di risorse necessarie in modo quasi istantaneo, pagando solo in base all’uso effettivo.

Ma non solo. Per il vecchio detto secondo cui “prevenire è meglio che curare“, molte aziende utilizzano i cosiddetti sistemi di Disaster Recovery, una soluzione fondamentale per proteggere i dati e i sistemi informatici da possibili disastri, come ad esempio catastrofi naturali, errori umani, hackeraggi, furti o altri incidenti.

Il cloud di Amazon Web Service, per esempio, supporta molte architetture di disaster recovery note, dagli ambienti che fanno da “fiamma pilota“, più idonei a data center con carichi di lavoro per piccole aziende, agli ambienti in “hot standby”, che consentono tempi di failover rapidissimi. Con data center in regioni in tutto il mondo, AWS fornisce un set di servizi di disaster recovery basati sul cloud che consentono un recupero rapido dell’infrastruttura e dei dati IT.

Dunque, aveva ragione Einstein. L’inaccurata lentezza (della pubblica amministrazione) ci seppellirà.

 

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