È stato proprio il guru dei social network, lo studente “scazzato” più famoso del terzo millennio, colui che ha cambiato per sempre le relazioni di molti a dirlo: “Per la mia generazione la privacy non è più un valore“.

Era il 2010, ben otto anni fa, che in tecnologia sono quasi ere geologiche, con la solita aria distratta Mark Zuckerberg in un’intervista parlava di privacy. “Sei anni fa nessuno voleva che le proprie informazioni personali fossero sul web, oggi il numero delle persone che rende disponibile il proprio cellulare su Facebook è impressionante“. Cosa è successo? È semplice, è cambiato il mondo e in questa nuova era, lasciva e disinibita, i dati sono merce assai preziosa.

E quanto valgono i nostri dati ce lo disse qualche anno fa il Financial Times, uno dei principali giornali economico finanziari del mondo, pubblicò un calcolatore che consentiva agli utenti di scoprire il valore commerciale dei loro dati personali. Facendo una stima approssimativa su un utente medio, il prezzo si aggirerebbe intorno a 0,6851 dollari. Di conseguenza, se una società volesse comprare i dati di 10.000 persone simili il costo sarebbe di circa 5.000 dollari. Le variabili che determinano questo prezzo sono l’età, il sesso, l’etnia e il livello di istruzione. E dall’altra parte del mondo, anche il Wall Street Journal ha fatto due calcoli: ciascuno di noi varrebbe per Facebook 80,95 dollari, i nostri amici 0,72 e la nostra pagina completa quasi 1.800 dollari.

Non è un caso, infatti, che il più grosso scandalo politico-tecnologico degli ultimi tempi riguarda proprio i dati. Lo scorso 18 marzo, infatti, due inchieste parallele del Guardian e del New York Times hanno messo Facebook al centro di una delle più grandi bufere mediatiche della sua storia: Cambridge Analytica, società di consulenza britannica, avrebbe utilizzato in maniera illecita i dati di oltre 50 milioni di elettori americani profilandone psicologia e comportamento in base al monitoraggio delle loro attività su Facebook. Il sospetto è che proprio Cambridge Analytica abbia influenzato le intenzioni di voto di milioni di persone grazie all’uso sapiente di dati personali acquisiti illecitamente, all’insaputa degli elettori stessi. Ricordiamo ancora le parole di Mark Zuckerberg, rosso fuoco e in un lago di sudore, al Parlamento Europeo, mentre chiede scusa per quanto accaduto con il possibile utilizzo improprio dei dati di 87 milioni di utenti, 2,7 milioni di quali europei.

Bisogna sottolineare, però, che l’acquisizione dei big data può avvenire secondo varie modalità, anche assolutamente lecite. Accedendo ad Application Programming Interface messe a disposizione dai servizi web; utilizzando software di web scraping; importando i dati da database con strumenti già usati per la movimentazione di dati in sistemi di Data Warehousing; leggendo flussi continui di dati tramite sistemi capaci di catturare eventi, elaborarli e salvarli in modo efficiente su un database.

Ma a proposito di trattamento/archiviazione dati in Europa ci sono novità. Il 12 settembre la Commissione europea presentava la proposta di regolamento sulla prevenzione della diffusione di contenuti terroristici online. Il progetto legislativo mira ad introdurre nell’ambito dell’Unione europea l’obbligo di imporre agli “hosting service provider” un’azione preventiva contro i contenuti terroristici. Ma cosa si chiede esattamente agli hosting providers? Innanzitutto, introdurre specifici divieti di diffusione di contenuti terroristici e rimuoverli (se le autorità competenti ne fanno richiesta) entro un’ora dall’avviso¸pubblicare rapporti di trasparenza sugli ordini ricevuti e le misure adottate e relazionare alle autorità le sue misure adottate per la lotta al terrorismo online.

 

 

A insorgere è il CISPE, Cloud Infrastructure Services Providers in Europe, una coalizione di leader del Cloud Computing al servizio di milioni di clienti in Europa. Secondo il gruppo di provider, infatti, la Commissione europea si starebbe rivolgendo agli interlocutori sbagliati perché “i Cloud Provider forniscono infrastrutture e non sono piattaforme di gestione o generazione contenuti; i provider non sono “controller” e quello che la Commissione chiede non è gestibile“. In un comunicato stampa il CISPE chiarisce che “vuole contribuire alla lotta al terrorismo” ma pensa che il regolamento non prenda in considerazione il ruolo di un fornitore di servizi di hosting e, se il tema dei dati e della loro gestione diventa sempre più importante e delicato, “noi ci siamo dentro ma vogliamo esserci nel modo giusto“.

Dunque, ritorniamo da dov’eravamo partiti citando ancora Mark Zuckerberg a proposito del Web. Secondo il guru di Facebook “il web sarebbe a un punto di svolta molto importante. Fino a poco tempo fa – dichiarava – la normalità sul web era che la maggioranza delle cose non erano sociali e la maggior parte delle persone non usava la propria identità reale. Stiamo costruendo un nuovo web in cui alla base vi è il sociale“.

Giusto, il sociale. Ma a che prezzo?

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