L’hanno chiamata “la rivolta degli ombrelli” ed è una delle manifestazioni popolari più ostinate del ventunesimo secolo, forse perché a capo ci sono giovani animati da passione e voglia di libertà.

I manifestanti di Hong Kong sono alla sedicesima settimana di proteste: chiedono il ritiro definitivo di un disegno di legge sull’estradizione, le dimissioni di Carrie Lam, capo dell’esecutivo di Hong Kong, un’inchiesta sulla brutalità della polizia durante le proteste e il rilascio dei manifestanti che sono stati arrestati.

Infine, più in generale, maggiori libertà democratiche considerando che, sì, Hong Kong appartiene alla Cina, ma di fatto è una regione amministrativa speciale con una sua moneta, un sistema politico e una sua identità culturale. “Una Cina due sistemi”, è proprio il caso di dirlo.

Ma nonostante le proteste incessanti sotto gli occhi indignati dell’occidente, il governo di Pechino non arretra di un passo. A cominciare dalla censura. Il Great Firewall cinese è ormai carta conosciuta: si tratta di un filtro di censura governativo che impedisce di accedere a più di 18mila siti, tra i quali i social network e contenuti definiti antigovernativi. Persino Instagram, che fino a un primo momento era stato ritenuto innocuo, è stato oscurato perché iniziavano a circolare foto della protesta con hashtag come #OccupyCentral e #OccupyHK.

Possiamo però affermare serenamente che, prima ancora dell’ombrello, il simbolo della protesta di Hong Kong è lo smartphone. L’ex colonia britannica è diventata, infatti, un laboratorio di tecnologia unita all’ingegno proprio al servizio della protesta. Grazie alle reti mesh i manifestanti aggirano l’ostacolo della censura e si servono così delle potenzialità democratiche e liberatori del digitale.

 

 

Cosa sono le reti mesh? Quando si parla di reti mesh ci si riferisce a un’architettura peer-to-peer, contrapposta all’architettura client-server, nella quale ogni nodo ricopre un ruolo “paritario”. Si tratta dunque di una tecnologia molto interessante perché crea una rete locale e distribuita.

Un esempio è Bridgefy, un’app di messaggistica che per funzionare non utilizza SMS né connessioni a Internet che potrebbero potenzialmente essere messe sotto il controllo governativo. L’interfaccia grafica è molto simile a quella delle comuni app di messaggistica, ma in Bridgefy i telefoni sono messi in comunicazione costante uno con l’altro e funzionano come nodi di un’unica grande rete: i messaggi inviati a un contatto troppo lontano per essere raggiunto dal bluetooth saltano semplicemente da un telefono all’altro per giungere al destinatario, senza ovviamente che gli intermediari possano leggerlo.

Ma Bridgefy non è la sola. Anche FireChat, app sviluppata per Android e iOS e lanciata lo scorso marzo dalla società Open Garden, consente agli smartphone di formare una rete temporanea fra di loro utilizzando il Wi-Fi o anche solo Bluetooth. Basta che le persone con la app stiano entro 70 metri di distanza fra loro per diventare dei nodi interconnessi che si rimbalzano le comunicazioni, senza la necessità di una rete cellulare o una connessione internet. Dunque, fatta la legge trovato l’inganno.

E’ proprio grazie a questo sistema, sicuro e a prova di occhi e orecchie indiscrete, se i ragazzi di Hong Kong da settimane ormai scendono in piazza e rivendicano i propri diritti.

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