Vi siete mai chiesti che fine farà lo smartphone che tenete tra le mani in questo momento quando deciderete di sbarazzarvene? E il tablet o il laptop dal quale inviate mail e navigate in internet?

Non si immagina nemmeno di quanto possa essere lungo il percorso che porta i “Raee”, cioè i cosiddetti rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, alla fine della loro vita. Tutti questi oggetti, che sono parte integrante delle nostre vite, andranno a ingrossare una montagna di rifiuti elettronici che il mondo non è ancora in grado di riciclare in sicurezza.

I Numeri

Vediamo un po’ di numeri per farci un’idea di quanta “spazzatura high tech” produciamo. Nel solo 2019 in tutto il mondo è stata prodotta una quantità di rifiuti elettrici ed elettronici pari al peso di 350 navi da crociera. Tradotto in numeri 53,6 milioni di tonnellate che, messi in fila, formerebbero una linea retta di 125 chilometri.

Questo è quanto emerge dal “Global E-waste Monitor 2020” delle Nazioni Unite, l’Asia è il continente con la quantità più alta cioè 24,9 milioni di tonnellate. Cifre incredibili se si pensa che ogni cittadino europeo, ogni anno, produce poco più di 16 chili di Raee con l’Italia sopra la media con 17,2 chili a testa.

Numeri da capogiro se si considera che ogni anno la quantità totale di apparecchiature elettriche ed elettroniche che il mondo utilizza cresce di 2,5 milioni di tonnellate. E questo è un bene perché vuol dire che tanti dispositivi che migliorano le nostre vite sono sempre più a disposizione anche di chi prima non poteva permetterseli.

Ma, di questo passo, fra 20 anni è possibile che la quantità di rifiuti elettronici prodotta nel mondo arrivi a 74,7 milioni di tonnellate, il doppio rispetto a 16 anni fa. Questo rende quello della «e-spazzatura» il flusso di rifiuti domestici in più rapida crescita al mondo, complici prodotti elettronici con cicli di vita più brevi e meno convenienti da riparare. 

La nuova vita del Raee

Il dato più allarmante però è relativo alle percentuali di riciclo cioè alla nostra capacità di dare nuova vita a degli oggetti che abbiamo usato e gettato quando non ci servivano più, quando sono passati di moda o, più semplicemente, quando hanno smesso di funzionare.

Infatti, solo il 17,4% del totale viene avviato a riciclo secondo percorsi dettati dalle politiche nazionali dei singoli stati. Un vero e proprio problema che, oltre a danneggiare l’ambiente, impedisce il recupero e riutilizzo di metalli come oro, argento e rame contenuti nei device per un valore stimato attorno i 57 miliardi di dollari.

Dietro il corretto smaltimento di questa tipologia di rifiuti si nascondono due importanti aspetti. Il primo, come abbiamo accennato prima, è quello del recupero dei metalli preziosi che oltre ad avere un valore economico altissimo (un fiume di denaro che potrebbe essere recuperato) hanno anche un valore ambientale da non sottovalutare perché recuperare i metalli preziosi da device fuori uso vuol dire non far ricorso alle risorse naturali e di conseguenza significa sfruttare meno il nostro Pianeta.

Inquinamento e salute

Poi c’è la tutela dell’ambiente, tema di primaria importanza. La questione è chiara: senza riciclo, le sostanze tossiche contenute nella cosiddetta “e-waste” come mercurio, ritardanti di fiamma bromurati, clorofluorocarburi e idroclorofluorocarburi hanno maggiori probabilità di essere rilasciate nell’ambiente.

L’esposizione al mercurio usato per l’illuminazione dei monitor, ad esempio, può causare danni al cervello. Ogni anno sono almeno 50 le tonnellate di mercurio che vengono disperse. Per non parlare dei vecchi frigoriferi e condizionatori d’aria che possono rilasciare lentamente gas a effetto serra. E poiché in molti Paesi del mondo non siamo capaci a smaltirli o a riciclarli, questi rifiuti vengono caricati su container, imbarcati e spediti dai porti dei Paesi più sviluppati verso quelli in via di sviluppo, come ad esempio il Ghana.

Ad aspettarli a destinazione c’è un capillare giro di intermediari, rivenditori, riparatori e commercianti dell’usato che sceglie, ne testa il funzionamento e rimette in circolo i rifiuti elettronici dei paesi ricchi nel mercato locale.

La discarica dei rottami

In Ghana, non troppo distante dalla capitale c’è un luogo nel quale il ricco Occidente “nasconde la polvere sotto al tappeto” che chiamare discarica sarebbe riduttivo perché introno alla “spazzatura digitale” sorge una vera e propria cittadina con tanto di negozi, e moschee tra vecchi cumuli di rottami. Si chiama Agbogbloshie ed è la più grande discarica di rifiuti elettrici ed elettronici del “Continente Nero”. Tra le vie di Agbogbloshie molte persone trovano nell’e-waste una fonte di sostentamento. Uomini, donne e bambini smantellano, recuperano, pesano, trasportano e rivendono pezzi e metalli ricavati dai rottami. I bambini bruciano quintali di cavi elettrici per estrarre il rame e poi rivenderlo per pochi cedis al chilo. I fumi tossici si elevano in cielo, avvelenano l’aria e vanno a riposarsi sul suolo e sugli ortaggi in vendita al mercato. Le conseguenze, soprattutto per i più giovani, sono devastanti.

La buona notizia

Tra numeri e percentuali tutt’altro che rassicuranti c’è una buona notizia e cioè che l’attenzione a questo tema sta lentamente crescendo forse per una ritrovata sensibilità ambientale o forse perché il settore del riciclo dei Raee risulta appetibile per chi vuole investire nel riciclo di questi oggetti. 

Basti pensare che alla fine del 2019 è che in 78 Paesi (pari al 71% della popolazione mondiale) ci sono politiche per la gestione dei rifiuti elettronici o si sta pensando di mettere in atto delle normative ad hoc.

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